Le abitudini alimentari degli italiani, cos’è cambiato durante il lockdown.

La sera del 9 marzo Giuseppe Conte ha annunciato agli italiani l’inizio del lockdown e dichiarato l’emergenza Covid-19

Poche ore dopo, centinaia di fotografie di supermercati presi d’assalto e di scaffali svuotati hanno fatto il giro del web. Le penne lisce abbandonate, il lievito scomparso dalla circolazione, gli aperitivi su zoom, sono diventati i protagonisti delle nostre vite per più di due mesi. 

Intanto però, bar, ristoranti e hotel hanno chiuso i battenti senza sapere quando avrebbero potuto riaprire. 

 

Il periodo di quarantena non può averci fatto dimenticare il piacere della convivialità e la comodità che solo il mondo della ristorazione è in grado di offrirci. 

Secondo il rapporto annuale del 2019 condotto da FIPE, il 64,3% del campione d’intervistati era solito fare colazione fuori casa almeno metà volte al mese; il 67,7% pranzava fuori tutti i giorni; il 62,5% non cenava a casa almeno 3 volte a settimana. Andare in un ristorante o in un bar non è quindi solo un’abitudine, ma è anche un fatto culturale.

Un nuovo trend è stato quello dei cibi biologici, derivanti da un mercato eco-sostenibile, ma anche dei piatti asiatici, per non parlare della moda del mocktail, un drink analcolico composto da una miscela di succhi di frutta. 

L’insorgere della pandemia ha rivoluzionato da un momento all’altro le abitudini di consumo di tutti. 

Il confronto con i fornelli, anche per i meno esperti, è stato inevitabile e a dimostrarlo sono i dati. Dal 16 febbraio al 15 marzo scorso sono stati spesi circa 750 milioni di euro in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Sulle liste della spesa degli italiani i prodotti più gettonati sono stati quelli a lunga conservazione, gli ingredienti di base e i comfort food (piatti appaganti e, spesso, consolatori). 

Quella del lievito di birra poi, diciamocelo, si è rivelata una vera e propria caccia al tesoro: +226,4% delle vendite. 

Un primo punto è chiaro: i prodotti confezionati, in generale, sono stati preferiti perché meno esposti all’aria e più sicuri. 

 Il Signore dell’isolamento è stato, però, il vino, con un aumento del 100% e un incremento del 10% della frequenza d’acquisto. Colpa degli aperitivi online? Voglia di compagnia? Sicuramente la mancanza dei bar si è fatta sentire.

Ma cosa n’è stato dell’alimentazione sostenibile e dei prodotti sfusi? Secondo i dati Nielsen sulla GDO, le vendite della carne hanno subito un aumento del 20%, mentre il reparto ortofrutta ha registrato una crescita minore, + 16%. 

Per completare la panoramica non si può nascondere che l’emergenza coronavirus ha incrementato la richiesta di alcuni requisiti di qualità. In particolare, anche grazie ai mezzi di comunicazione, c’è stata una riscoperta degli alimenti locali, una valorizzazione progressiva dei prodotti a km0 e del made in Italy.

Con uno sguardo dall’alto ci possiamo rendere conto che i mesi di quarantena hanno aumentato da un lato la richiesta, momentanea, di alcuni prodotti, quali lievito e farine; ma dall’altro hanno accelerato l’aumento, già prima rilevato, della richiesta di prodotti biologici, locali e di cui la qualità sia un dato certo.

Pubblicata il 27 Aprile 2020